Dieter Kosslick

Il primo è stato il regista iraniano Asghar Farhadi, a dire che non andrà a ritirare l’Oscar per il suo film Il Cliente. A nulla è valso l’intervento della Academy Award che si è subito schierata contro il bando ai cittadini di sette Paesi musulmani deciso da Donald Trump. Il regista Farhadi non vi andrà e, naturalmente, nemmeno la protagonista del film Taraneh Alidoosti, la quale l’ha confermato in un Tweet.

Se questo è accaduto negli Stati Uniti soltanto pochi giorni fa, ben si capisce l’abilità del presidente della Berlinale, Dieter Kosslick, nel non lasciare spazio a domande e commenti su Donald Trump, durante la conferenza stampa di presentazione del Festival. Anche perché s’era preparato un bel discorso sulla diversità che, sebbene non sia un tema nuovo per il festival berlinese, con Trump e la xenofobia in Europa che dominano i titoli dei giornali, è tornato di straordinaria attualità.

Diehl Il giovane Marx © CC BY-SA 3.0 Diehl_Avda

Ma per essere nel vero il presidente Kosslick si è spinto ancora più avanti quando, annunciando la visone sul grande schermo di Il giovane Karl Marx con August Diehl nel ruolo del filosofo tedesco, ha dichiarato che, “sarebbe bello poter guardare il mondo di oggi attraverso gli occhi di Marx”. Perché Marx è meglio? Perché, secondo Kosslick: “le altre ideologie hanno finito col rendere i ricchi più ricchi e i poveri più poveri”.

Ascoltare a Kosslick, con negli occhi la capigliatura di Trump, fa subito tornare in mente il lucidissimo pamphlet scritto da John Maynard Keynes nel 1919 per documentare gli errori del Trattato di Pace di Versailles, e nel contempo denunciare gli effetti negativi dell’umiliazione della Germania, come pure degli egoismi nazionalistici di Gran Bretagna e Francia e, infine, della superficiale affermazione d’egemonia degli Usa. Così si scopre un Keynes in sintonia con le stagioni che stiamo vivendo di controversi neo-nazionalismi, di protezionismi di corto respiro e di rozze definizioni di influenze globali politiche, militari, economiche.

Ne è un esempio epocale Donald Trump il quale, come alcuni di suoi predecessori, ha rotto gli argini e nella prima settimana da inquilino della Casa Bianca e ha confermato tutte le intenzioni manifestate nella campagna elettorale. In politica estera ha rinnovato l’asse con Londra nell’incontro con Theresa May, che per molti versi evoca i fasti dell’intesa raggiunta negli anni Ottanta, dalla coppia Ronald Reagan-Margareth Thatcher.

Regan-Gorbaciov

In quell’atmosfera nacque e si consolidò la politica della “Reaganomics” e dei “Chicago Boys” di Friedman, e dunque la teoria dello “Stato leggero” e del “mercatismo”, l’ideologia del mercato come valore assoluto e generale, e non come strumento di libera competizione ben regolata. Risultato? Il rapporto conflittuale tra globalizzazione che avanza, e la rinascita degli spiriti nazionalisti. Poco importa che il mondo ne sia squassato con i ricchi sempre più ricchi, e i più poveri. Infatti i media mainstream poco ne parlano, o ne parlano affatto. Ragion per cui il “alla Berlinale interessano i poveri come a Marx”, declamato da Kosslick, più che una battuta potrebbe suonare come una provocazione, benché l’eco della quale probabilmente durerà lo spazio del Festival.

Non è detto però, perché anche Ronald Reagan – come Trump – venne accolto al suo insediamento con marce di protesta, insulti e dal disprezzo dagli ambienti intellettuali, radical-chic e di sinistra. Poi un giorno, l’ex attore di Hollywood s’incontrò con Gorbaciov e insieme cambiarono il mondo e la sua mappa. Cominciando dal Muro di Berlino.

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