Django © Roger Arpajou

Non a caso la Berlinale è il Festival del politicamente corretto, perché ha fatto della memoria sulla Shoah una perpetua ammissione di colpa tedesca, con un’insistente presenza di titoli ai suoi festival. Utile anche, evviva l’industria, al proliferare di film sul tema a colpo sicuro, se proposti a Dieter Kosslick. Sorpresa.

Però in questa 67° edizione nel concorso non si parla di Olocausto, ma del suo paria gitano, il Porajmos (divoramento) condotto sotto Hitler in tutta l’Europa occupata dal 1943. Così Django di Etienne Comar ha aperto questo Festival, e forse pure una nuova analisi su memorie che non hanno avuto adeguato spazio. Il pregiudizio che accompagna ancora la cultura nomade gitana, dei Sinti e dei Rom, ha prevalso nell’opinione pubblica già partendo da una nomenclatura sbagliata, che trasforma tutti in “zingari”.

Django © Roger Arpajou

Con Django la Berlinale celebra un’intera cultura discriminata, narrando la storia del compositore gitano di Parigi Django Reinhardt che, braccato dai nazisti, riparò in Svizzera. Lui era uno che i teatri d’Europa li riempiva con lo stile swing-jazz, adattato alla tradizione musicale del suo popolo. Che lo fece godere – fino a un certo punto – di un’amnistia.

Si dice che lo stesso ministro della propaganda e braccio destro di Hitler Joseph Goebbels lo volesse a Berlino per una tournée. Una trappola? Vera ammirazione? Non si sa, perché lui in Germania non ci andò. L’epilogo del popolo gitano è nelle camere a gas, come sarebbe stato quello di Django se non fosse scappato.

Richard Gere © Berlinale

Ci resta un frammento del suo Requiem per i Gitani, concerto per organo e orchestra, in buona parte perduto, su un popolo e il suo dolore rimasti nell’oblio. Altrettanto disperato, ma per la qualità, è stato l’altro film in concorso, The Dinner, del regista israeliano Oren Moverman. Il film scimmiotta Carnage di Roman Polanski così cavilloso e logorroico, tra nevrotici e infiniti battibecchi, tanto che lo script ci parrebbe più adatto come pièce a teatro.

Nel cast si distingue Steve Coogan (Philomena), unico a sorprendere nel ruolo di depresso psicopatico frustrato, combattuto insieme alla moglie (Laura Linney) tra drammi inestricabili: un figlio minorenne assassino, che ubriaco ha incendiato una barbona; la propria instabilità mentale; un fratello odiato candidato a governatore negli Stati Uniti (Richard Gere), che a sua volta pende tra arrivismo, coscienza etica e paura di uno scandalo.

A proposito di politica e etica, ieri Richard Gere, in conferenza stampa ha fatto uno statement anti Trump: “Il peggio è che ha unito terrorista a rifugiato, così adesso molti pensano che siano la stessa cosa. Per me è un atto criminale.” Un’altra star che si unisce al gruppo di dissidenti da democrazie al sicuro. Se fosse stato un attore russo ci avrebbe pensato due volte.

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Django di Etienne Comar

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