L’Ambasciatore d’Italia a Berlino non è nell’elenco degli invitati della Berlinale, il Festival del Cinema che si concluderà domenica prossima nella capitale tedesca. Nella lista non vi è nemmeno il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. Naturalmente, non è precluso loro l’accesso in sala se hanno acquistato il biglietto al botteghino, come fanno centinaia e centinaia di berlinesi da settimane in coda, mi assicurano all’ufficio stampa.

Alla Mostra cinematografica di Venezia una vicenda simile non sarebbe pensabile, ancora di meno alla Festa del Cinema di Roma dove – raccontano – i biglietti omaggio rappresentano la stragrande maggioranza. A Berlino accade il contrario. Il bilancio della rassegna cinematografica è in attivo, seppure di poco; i biglietti in vendita, anche quest’anno sono pressoché esauriti, e i giornalisti accreditati sono sempre di più da quando il Festival è tornato alla sua vocazione più autoriale e il tappeto rosso è sempre più corto.

Sono dei risultati che Venezia e Cannes, San Sebastiàn e Roma, Torino e London Film Festival si sognano, tanto per citare le prime rassegne che vengono in mente. È tutt’altra storia questa della Berlinale tedesca, che segue le rigida regola della “partita doppia”, delle entrate e delle uscite tutte documentate con scrupolosità.

Ma non pensateli maniacali e perversi, o peggio ancora che non godiamo della loro considerazione, al punto tale da non invitare l’Ambasciatore e il rappresentante culturale a uno dei festival cinematografici di maggior prestigio internazionale. Anche perché l’anno scorso ha vinto l’Orso d’oro il film su Lampedusa, «Fuocoammare», nel 2012 il massimo premio era andato a «Cesare non deve morire» dei fratelli Taviani.

Pertanto, tutto fa pensare che i mancati inviti sono soltanto una “questione di portafoglio”. Infatti, siccome quest’anno alla Berlinale non è stato invitato in concorso nessun film italiano, sono saltati anche gli inviti ai rappresentanti del Belpaese. Non va tanto per il sottile Dieter Kosslick, 68 anni, dal 2001 patron del Festival del Cinema berlinese, con un contratto rinnovato fino al 2019. Il bilancio è prioritario, i conti sono i conti e bisogna raggiungere il pareggio. Non manca molto e, dunque via con i tagli.

A Berlino ci sono 149 sedi diplomatiche, il che vuol dire 149 ambasciatori con rispettive consorti, per un totale di 298 poltrone da assegnare nel “Berlinale Palast”, dove ogni sera vengono proiettati i film in concorso. Sono 149 pure gli Istituti culturali e quindi nel più o nel meno vanno calcolati altri 298 posti. Sebbene il Palast di poltrone ne abbia mille settecento cinquantaquattro – è il più grande teatro in Germania – cinquecento poltrone regalate sono davvero troppe, deve aver pensato il direttore Kosslick. D’ora in avanti saranno assegnate soltanto a coloro che rappresentano le nazioni dei film in concorso, deve aver concluso Kosslick. E ha lanciato l’ukase senza tanto clamore.

Naturalmente, non ci sono eccezioni per gli ambasciatori europei, nemmeno un occhio di riguardo per i rappresentanti di quelle nazioni che hanno fondato l’Unione europea. Insomma, con la piuma o senza piuma sul cappello – così cantava il trio Lescano – l’Ambasciatore alla Berlinale arriva soltanto quand’è invitato, a meno che non si confonda tra il pubblico pagante.

Postilla. La Berlinale offre ingressi gratuiti o scontati al 50 per cento per i profughi. E una trentina di Flüchtlinge, fuggiaschi, come li chiamano in Germania, che parlano inglese sono stati assunti per svolgere diversi compiti durante il Festival. Kosslick medesimo, nell’ottobre scorso, ha preso in affidamento un bambino siriano di cinque anni per consentire la sua permanenza in Germania. Anche questo fa parte della cronaca.

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