Milena Canonero © Manuele Geromini Berlinale

Qui s’inizia come si finiva e se la scorsa “Berlinale” conferiva l’“Orso d’oro” all’italiano Fuocoammare di Gianfranco Rosi, documentario sui rifugiati approdati a Lampedusa (candidato all’Oscar), la prossima (9 – 19 febbraio 2017) ne conferirà un altro sempre d’oro alla carriera a Milena Canonero, la costumista italiana già vincitrice di ben quattro premi Oscar.

Questa era l’unica sorpresa per l’Italia preannunciata dal presidente del Festival Dieter Kosslick e svelata ieri alla conferenza stampa del programma. Anche quello insiste, pur senza film italiani in concorso, procedendo dallo scorso festival parlando ancora d’urgenza rifugiati.

Se un anno fa era dedicato al loro diritto alla felicità (come asseriva Kosslick) in questa edizione apre a film dedicati alla famiglia con rifugiati annessi. Non la famiglia tradizionale, ma quella utopica di forza maggiore, nata dal contatto stretto, diventato affetto, che i rifugiati sviluppano con i cittadini che li hanno accolti a braccia aperte. L’utopia appunto il sogno sperato per tutti.

La “Berlinale” usa sempre come baluardo le utopie culturali, opponendo allo status quo generale, che Kosslick definisce sempre più drammatico, il monito del cinema d’impegno: mai noto per un finale lieto, ma per lotta e opposizione come fine, procedendo per gradi sempre estremi di denuncia. Senza rinunciare all’ironia nel descrivere “l’apocalisse quotidiana”, come Kosslick l’ha definita.

Aki Kaurismäki The Other Side of Hope

Così nel concorso torna – dopo tanto tempo – Aki Kaurismäki con The Other Side of Hope dedicato alla storia di un rifugiato giunto in Europa. Di famiglia narrano ancora Félicité di Alan Gomis, The Dinner di Oren Moverman con Richard Gere e Django, film musicale, che aprirà il Festival: in questo caso su famiglie allargate e clan della grande cultura Sinti e Rom.

Ancora a nome e gloria dell’utopia – però in arte – fuori concorso ci sarà il film di Stanley Tucci, dedicato alla vita dello scultore italo svizzero Alberto Giacometti, Final Portrait che vede Geoffrey Rush (Shine) nel ruolo del celebre maestro del surrealismo esistenzialista. Che in parole più comuni significa rifiuto categorico della società come dimensione.

Erano gli anni in cui l’arte rinunciava al bello come canone, per narrare il mondo, le sue distorsioni e l’uomo delle classi meno abbienti succubi di sistemi brutali. Pur essendo passata tanta acqua sotto i ponti da Giacometti in poi, le cose non sembrano mutate, se siamo al resoconto dell’apocalisse sociale – seppur con ironia amara – nei film del concorso di Kosslick.

Final Portrait

Non si speri in maggiore leggerezza per l’altra sezione importante del Festival di Berlino, il Panorama retto da Wieland Speck. Quest’anno sarà sotto il segno del Paragrafo 175, nel codice penale prussiano dal 1877 e abrogato dal codice penale tedesco negli anni Sessanta del Novecento. Era il paragrafo che condannava gli omosessuali alla prigione, ai campi di concentramento di Hitler e infine a ammende, fino alla sua abrogazione, ottenuta dal movimento di emancipazione gay tedesco. In ciò il Panorama allarga il suo orizzonte, da sempre a favore dei gay per quel concorso nel concorso del Teddy Award (giunto alla trentunesima edizione), ma quest’anno, come una calotta di buon auspicio su tutti i suoi film e tutte le trame anche se non a tema gay come prova di un’utopia diventata, con la lotta, atto politico.

C’è speranza dunque per tutte le altre minoranze perché le cose si sistemino, presto o tardi. L’Italia dal 2016 permette giuridicamente a coppie di uno stesso sesso di sposarsi in municipio. In Germania succede da anni, come ormai ovunque in Europa; ma non nel mondo.

Nel quale tante altre ingiustizie chiamano alla lotta culturale. In ciò starebbe il bello di un’utopia secondo Kosslick, che ha rimarcato la presenza de Il giovane Karl Marx con August Diehl nel ruolo del filosofo tedesco. “Sarebbe bello poter guardare il mondo di oggi attraverso gli occhi di Marx – ha detto Kosslick – perché sia il socialismo, sia le altre ideologie hanno finito col rendere i ricchi più ricchi e i poveri più poveri e alla Berlinale interessano questi ultimi come a Marx”.

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