Giorgio Strehler – Un fumetto da tre soldi è un raffinato graphic novel che attraversa le vicissitudini della messa in scena de l’Opera da tre soldi al Piccolo teatro di Milano. Edito dalla BeccoGiallo, nasce dall’appassionata sinergia tra Claudio Riva e Davide Barzi, sceneggiatori, e il disegnatore Alessandro Ambrosoni, con la collaborazione di Lucia Resta. L’uscita, il 25 gennaio, è incastonata tra due date imprescindibili per la storia del teatro: la morte di Giorgio Strehler, il 25 dicembre 1997, e la nascita di Bertolt Brecht, il 10 febbraio 1898. Era il 10 febbraio 1956 quando l’irascibile e geniale regista triestino diresse al “Piccolo” l’Opera da Tre Soldi, prima opera brechtiana mai presentata in Italia. In barba alla censura preventiva che, in vigore nel nostro Paese tra il 1945 e il 1961, vigilava sui prodotti artistici ritenuti sovversivi.

Brecht e la sua Opera ne avevano certamente il potenziale. Il solo nome del drammaturgo tedesco bastava a irritare i membri della destra italiana. «Per dirgliela proprio tutta, i conservatori e i fascisti italiani la chiamano “il caporale Brecht” e la considerano un insopportabile scribacchino del socialismo reale»: così si esprime lo Strehler a fumetti in un dialogo con Brecht all’inizio del libro. Nel 1951 alla Berliner Ensemble, la compagnia fondata da Brecht, fu negato il visto di ingresso in Italia, così annullando la rappresentazione di Madre coraggio e i suoi figli in programma alla Biennale Teatro di Venezia.

Berliner Ensamble © il Deutsch-Italia

La Dreigroschenoper, invece, fu risparmiata dalla censura. Ispirata alla Beggar’s Opera di John Gay, racconta del bandito Mackie Messer e della sua fuga tra prostitute e mendicanti. Rifuggendo da ogni moralismo, porta in scena un’umanità derelitta che raramente trova posto sul palcoscenico. La prima ebbe luogo al Deutsches Theater di Berlino nel 1928: fu un successo dirompente, che consegnò Brecht alla fama e alla sicurezza economica. In Italia l’Opera da tre soldi arrivò in una versione deturpata nel 1930, con il titolo La veglia dei lestofanti; l’intransigenza fascista fu tale da voler cambiare il nome dell’autore da Bertolt a Bert Brecht.

Altra cosa l’opera di Strehler. Il regista era tanto consapevole dell’importanza di ciò che andava a rappresentare da far visita a Brecht nell’ottobre del 1955, per confrontarsi di persona con l’autore del capolavoro. Un fumetto da tre soldi si apre proprio con questo incontro, il primo, tra i due giganti: nella Berlino della guerra fredda, precedente alla costruzione del Muro, ma con guardie e filo spinato a marcare i settori di occupazione. Colpisce l’accuratezza dell’ambientazione, l’attenzione al particolare: gli scorci di Berlino si basano su mappe e fotografie dell’epoca. Persino gli interni della casa di Brecht, al numero 125 di Chausseestraße, sono fedeli alla realtà in ogni dettaglio, dalla disposizione dei libri alla natura degli oggetti sui mobili.

Alessandro Ambrosoni

Strehler è protagonista, ma l’ombra di Brecht riverbera a ogni pagina su regista, attori e spettacolo. Alessandro Ambrosoni coglie bene la spigolosità del genio italiano, in contrasto con la morbidezza di quello tedesco – eppure queste linee convergono nello stesso solco artistico. «Pensavamo di dare un tratto grottesco ai nostri personaggi, un tratto che avrebbe aiutato maggiormente a tirare fuori quel carattere teatrale per ognuno di essi», racconta Ambrosoni. Il carattere teatrale del fumetto si percepisce anche nell’impostazione delle tavole, scenografie dove l’entrata di comparse e primi attori ha un ritmo preciso, ogni movimento un peso – proprio come il teatro, che si appropria della vita, ma non del vuoto che l’accompagna.

Non solo i disegni rivelano un attento lavoro di ricerca: molti scambi tra i personaggi si rifanno a battute originali e dati storici. In quel primo incontro, per esempio, Strehler preparò per Brecht ventisette domande – proprio quelle snocciolate con disinvoltura dal suo alter-ego di carta. Più avanti il fumetto mette in scena le prove del Piccolo, senza far mistero del difficile carattere di Strehler. Il suo modo eccentrico di condurre i provini, i ritardi mastodontici e lo scatto rabbioso con cui, durante una prova, mandò una sedia a schiantarsi contro il muro, sono confermati da attori e artisti che lavorarono con lui e che gli intrepidi sceneggiatori di Un fumetto da tre soldi hanno scovato e intervistato. Gli interpreti dell’Opera strehleriana sono parte del Fumetto non solo con i loro personaggi, ma anche con le loro voci, che offrono al lettore una sbirciata privilegiata dietro le quinte di una messinscena storica.

Il libro comprende infatti un pregevole apparato critico ricco di approfondimenti su luoghi e personaggi della storia, in parte dedicato alle testimonianze di chi la visse in prima persona. Così Nicoletta Ramorino e Giulia Lazzarini – la prima giovanissima Betty nell’Opera del 1956, la seconda Polly nella versione del 1973 – raccontano la passione del teatro, le prove con Strehler, i grandi compagni attori oggi scomparsi. Tra questi Tino Carraro, primo Mackie Messer del Piccolo; il compositore Gino Negri, che curò i songs di Kurt Weill; l’attrice e cantante Clara Mignone, in arte “Milly”, nel ruolo di Jenny delle Spelonche. Formidabili interpreti, la cui memoria sorride dalle pagine di Un fumetto da tre soldi. Claretta Carotenuto, figlia di Mario Carotenuto, che nel 1956 si distinse per l’interpretazione di Jonathan Peachum, ricorda il padre attore e l’atmosfera che dal teatro riuscì a penetrare nelle vite di chi ne aveva fatto una seconda casa. Metafora solo in parte: a ridosso dello spettacolo le prove duravano fino alle due, alle tre, alle quattro di notte, così che gli attori passavano più tempo al Piccolo che nelle proprie dimore.

Casa di Brecht © il Deutsch-Italia

Un libro ancora più prezioso, dunque, per il suo valore storico, specie per le nuove generazioni – il cui sguardo, al nome di Strehler, si fa vacuo. Parte dell’intenzione autoriale? «Dubito che la popolazione al di sotto dei vent’anni si appassionerà al libro», risponde Claudio Riva, «più che altro, pensiamo a un doppio pubblico: gli amanti del teatro che non leggono fumetti e i divoratori di graphic novel che non vanno a teatro. Così i primi si avvicinano alla forma d’arte prediletta dai secondi, e viceversa. Ad ogni modo, il progetto non nasce dalla scelta di un target», continua, «ma dalla comune passione per il teatro. Davide mi parlava di scrivere un fumetto su Brecht; l’editore, però, non era convinto. Io ho suggerito il nome di Strehler e lui ha accettato subito». Quel che si dice un’accoppiata vincente.

Se Brecht, con il suo teatro epico, ha rivoluzionato la drammaturgia moderna, Strehler ne è stato il portavoce a livello europeo. Il primo segnò il destino del secondo, come Un fumetto da tre soldi rivela verso le ultime pagine. Si avvicina il 10 febbraio, la tensione è alta, servono altre prove, si parla di rinviare lo spettacolo, quando un telegramma raggiunge il Piccolo: Brecht sarà a Milano per la data concordata, giorno del suo compleanno. E davvero dovette essere un bel regalo vedere la sua creazione respirare su quel palcoscenico, diretta da tale Maestro. Ne restò stupefatto e commosso; lasciò un biglietto al produttore Paolo Grassi (Signor Paolo Grassi, lo spettacolo è magnifico. Molte grazie) e uno al regista. «Caro Strehler, mi piacerebbe poterle affidare per l’Europa tutte le mie opere, una dopo l’altra. Grazie».

Print Friendly, PDF & Email