La scena artistica berlinese, come molti sanno, è abbastanza variegata. Abbiamo trovato particolarmente interessanti all’interno del panorama degli artisti italiani presenti nella Capitale tedesca, i due vincitori del premio indetto dal Comites di Berlino “Un’opera per l’Italiano dell’anno”, Linda Paganelli (con “Deposizione”) e Alessandro Cemolin (con “Berlin Vision 2”). I due artisti hanno realizzato le opere che saranno date ai vincitori della undicesima edizione del premio “Italiano dell’anno”, che quest’anno è stato assegnato a Lisa Mazzi e Andrea D’Addio.

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“Fare con passione”

Berlin Vision 2

Alessandro Cemolin, trevigiano (di Preganziol), si è trasferito a Berlino nel 2008 dopo esserci stato precedentemente diverse altre volte. La sua storia come artista nasce, si potrebbe dire, da bambino quando i genitori capirono le sue aspirazioni dandogli la possibilità di disegnare su una parete di casa, tra la cucina e il salotto, che fungeva da lavagna per i suoi disegni. Una volta riempita veniva ridipinta di bianco e il piccolo Alessandro poteva così dare nuovamente forma concreta alla sua fantasia di bambino. «Era il solo posto dove potevo disegnare, ma era mio. Poi arrivò l’epoca dei “Lego” che mi hanno dato la creatività», mi dice con un pizzico di nostalgia.

A segnare la “svolta” definitiva fu il regalo di una zia: una scatola di 36 colori professionali Caran d’Ache acquerellabili, con cui Alessandro disegnava mostri, pianeti, auto. Insomma il mondo futuro.

© A. Cemolin

Finita l’infanzia, dopo la scuola media, ogni giorno alle 6 e 45 del mattino andava con il treno a Cittadella (a circa 50 chilometri di distanza da casa) per frequentare un istituto d’arte, il Fanoli, sede staccata del “Selvatico” di Padova. «Sono entrato in un mondo di creatività, dove tutto era analogico: si disegnava, si stampava, si fotografava, si filmava, si montava. Tutto». In particolare un insegnante, De Crescentini, diede ad Alessandro la passione del fare. Erano gli anni dei Punk, dei Rocker, dei New Waver, dei Black Metal. Tutti creativi. Da allora il mondo è diventato “digitale”, ma ciò che non è cambiato è il metodo di fare le cose.

Dopo un anno di militare, negli Alpini, dove imparò lo spirito di corpo, l’aiutarsi reciprocamente, qualità che ritrovò nella Berlino che lo accolse dieci anni fa, Cemolin si iscrisse all’Accademia delle Belle arti di Venezia. «Lì ho trovato per la prima volta persone che mi hanno capito: erano tutti pazzi. Ho avuto la fortuna di avere avuto dei buoni insegnanti, empatici. Persone in primis, e poi docenti». Due gli artisti che gli hanno fatto da faro: l’irriverente Diego Velázquez e il surreale Marcel Dunchamp. È in questo periodo che si appassionò alle macchine, al post-umano.

© A. Cemolin

L’arte di Alessandro è molto legata al futuro della natura. Nel 2008, prima di partire per Berlino, realizzò il suo primo quadro con grattacieli e città. Un tema che non lo ha più abbandonato. Le sue opere richiamano sempre la tematica del rispetto per la natura che il mondo moderno sta sempre più abbandonando. La tecnica prende il sopravvento, ma l’acqua, presente in molti suoi quadri e disegni, alla fine farà riappropriare la natura dei suoi spazi, riportando la vita là dove è stata spazzata via. Il rispetto per il mondo è stato progressivamente messo in secondo piano. Anche nel Paese di Frau Merkel. «Mi sento un po’ “Ausländer” qui, ma anche altrove», mi confessa.

È cambiata la Berlino del suo arrivo in Germania. «All’epoca eravamo tutti uguali: poveri. Le persone erano empatiche. La cosa brutta, forse, è che proprio quanti erano empatici allora, oggi si sono dimenticati di tale empatia». «E allora perché rimanere a Berlino?» Gli chiedo. «È momentaneo. Penso che morirò in Sardegna. Vorrei avere una casa fronte mare, dove dipingere. Se non sarà la Sardegna, che adoro, sarà il Mare del Nord, a Rügen».

Oggi Alessandro Cemolin ha un atelier nel famoso Haus Schwarzenberg, un domani gli auguriamo di trovare la sua Heimat.

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L’immagine come testimonianza

Altra storia e altro percorso quello che ha portato da appena un anno Linda Paganelli, antropologa visiva riminese, a Berlino. Laureatasi a Londra, alla “Goldsmiths University”, interessata all’arte contemporanea e alle situazioni politiche e sociali, ha unito questi suoi interessi con il tipo di studi da lei prescelti. Questo l’ha portata a ricercare, usando l’immagine, in varie parti del mondo: Afghanistan, Nicaragua, Palestina.

A Berlino lavora come regista con un collettivo che si chiama “Nodivision studios”, una casa di produzione che si occupa del visivo, dove ciascuno partecipa con la propria specializzazione.

L’opera prescelta dal Comites per il premio “Italiano dell’anno” è una foto dal titolo “Deposizione”, parte di una serie realizzata a Ramalla tra la fine del 2015 e i primi mesi del 2016. «È iniziato come un gioco, come un passatempo. Ho preso ispirazione da un amico palestinese gay, protagonista delle foto, e da una cosa scherzosa è diventata un’occupazione sempre più seria, dove la gente si impegnava stando in posa anche tutta la giornata. È stato un bel momento di condivisione». La serie delle foto si chiama “Painting Palestinian Queer” ed è diventata un tema di approfondimento, in dieci scatti, del problema dell’essere omosessuale nella società palestinese. L’interprete principale delle foto, un ragazzo gay palestinese, rappresenta la discriminazione messa in atto all’interno della comunità e delle stesse famiglie di provenienza, in una terra già tanto martoriata da altre problematiche.

Fra gli altri titoli delle opere di Linda Paganelli ci sono “DisAbility”, un documentario per un progetto fatto per una Ong italiana sulle donne disabili di Gaza. È il racconto di tre donne che hanno realizzato se stesse, tramite aiuti finanziari e logistici, per una propria attività lavorativa. E “Nameless”, un documentario realizzato durante un arco di tempo di un mese e mezzo in Afghanistan, sua tesi di laurea, inerente la violenza sulle donne, realizzato ad Herat e i nei villaggi circostanti. Più recentemente ha ideato un documentario, tuttora in produzione, sul trattamento dei corpi in Palestina e Israele dopo la morte per violenza, e inizierà a breve un progetto dal titolo “Don’t be afraid” sui migranti non occidentali in Europa, in sei episodi di cui il primo si svolgerà a Berlino.

I due artisti scelti dal Comites esprimo entrambi una denuncia con le loro opere: il primo più da un punto di vista ambientalista, perché la società moderna, attraverso la tecnica, è arrivata a minacciare più che seriamente l’ecosistema in cui viviamo; la seconda, attraverso un’analisi del “sociale”, mette in evidenza un’umanità divenuta estranea a se stessa, che mette al margine della vita molti degli esseri umani.

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Artisti e guerra – Linda Paganelli

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