Graziano Arici

I tratti sono inconfondibili. Immagini in bianco e nero che sembrano cercare qualcosa di perduto allo sguardo, e la ricerca si sofferma di tanto in tanto su un particolare. È il tratto fotografico di Graziano Arici, veneziano di nascita (i suoi avi erano a Venezia già 4 secoli fa), ma transfuga oltralpe ad Arles da ormai cinque anni. Una scelta volontaria quella di Arici, maturata dopo una triste considerazione: Venezia non gli dava più stimoli creativi. Per ben 21 anni era stato il fotografo ufficiale del Teatro la Fenice, inoltre fotografo di Palazzo Grassi, di Pinault, di diversi teatri ed ha fotografato tutti i big a livello mondiale. Un’enorme soddisfazione. Ma non basta per rimanere in un luogo che non si sente più come la propria casa.

Lo abbiamo incontrato a Berlino, durante un suo giro esplorativo che fa parte di un progetto espositivo, e gli abbiamo fatto alcune domande.

© Graziano Arici 1984

Venezia, la sua città, non è la sua Heimat? Perché ha optato per la Francia?
No, non la sento più come tale. Non mi dava più stimoli. Venezia, purtroppo, è diventata un bel contenitore vuoto. È una città di soli cinquantaquattromila abitanti che lo scorso anno ha visto la presenza di ben trentaseimilioni di turisti. È invivibile, spersonalizzante al massimo. Ci torno solo una volta l’anno per la Biennale Arte. Non mi dava la possibilità di esporre il mio lavoro personale, se non ritratti. Avevo bisogno d’altro. In Italia e a Venezia non c’è più produzione di cultura sull’immagine. Venezia è una città che fornisce una scatola dove inserire cultura portata da altrove. Lo scorso anno ho incontrato il direttore del museo di arte contemporanea del Qatar e gli ho chiesto che interesse avesse a venire a Venezia per la Biennale. La risposta è stata: “nessuno. Veniamo per l’atmosfera, per i cocktail, per passare quattro giorni di relax”. Le cose importanti vengono fatte altrove, a Seul, in Cina, altrove insomma. A Venezia ho fatto 20 grandi mostre, ma non ho avuto la possibilità di esprimermi al di fuori della ritrattistica. Pertanto sono andato in Francia, da lì a Mosca e poi in Kazakistan.

© Graziano Arici 1984

In Berlino cosa ha trovato? Le sue foto sulla città sono tutte in bianco e nero e hanno un’atmosfera, per così dire, “cupa”. Come mai?
La prima volta sono venuto a Berlino negli anni Settanta. L’atmosfera era incredibilmente ricca. Era pieno di giovani e moltissimi artisti che hanno poi fatto la storia dell’arte contemporanea. Questo perché c’era un senso di chiusura, Berlino era in fin dei conti un’isola. Questa chiusura, tuttavia, arricchiva moltissimo perché dava il modo di confrontarsi con tutti. Quando andavo a Berlino Est, “vedevo” la guerra. C’erano palazzi, chiese, edifici completamente distrutti, come subito dopo la guerra. Il “senso della guerra” è importante. Bisogna averlo, perché bisogna capire cos’è la guerra. E farlo capire è in un mio progetto futuro. Io ho fatto due mesi di guerra di Bosnia ed è un’esperienza che non si dimentica. La memoria della guerra è fondamentale. Berlino è molto cambiata da allora. Culturalmente mi ricorda ancora Brecht, il teatro anni Trenta, l’espressionismo e molte altre cose ancora, ma ha una sorta di smania: cancellare il ricordo della guerra e anche del muro. Soprattutto della prima. Forse Berlino doveva essere tenuta un pochino com’era. Questo, intendiamoci, non come una sorta di “punizione” per i tedeschi, bensì per il senso della memoria della guerra. Prenda le foto che sono esposte alla Topographie des Terrors. Sono tutto sommato un po’ banali.

© Graziano Arici 1989

Perché, cosa avrebbe messo?
Si dimentica che il nazionalsocialismo non è stato solo tedesco, ma di molti altri Paesi europei. Ma si fa riferimento quasi sempre solo a quello tedesco. Alle persone andrebbe fatta vedere la parte meno scontata, e meno patinata della guerra e delle cose in genere. Io sto facendo proprio questo attraverso le mie immagini. Fa parte di un progetto ampio che si chiamerà “Est”, e riguarda tutti i Paesi dell’Est, per l’appunto, dove l’immaginario collettivo li ricorda come un qualcosa di “triste”, “vecchio”, “decadente”. Poi però ho in animo di fare anche un’altra parte che chiamerò “Ovest”, e prenderò in considerazione i Paesi occidentali per far vedere che, in realtà, le due realtà non sono affatto dissimili. Ad Astana, la capitale del Kazakistan, c’è un palazzo la cui copertura è praticamente identica a quella del Sony Center della Potsdamer Platz.

E quindi?
E quindi a Berlino vorrei trovare altro. Quell’altro che è andato perduto, che comunque la caratterizzava e non la spersonalizzava. Prenda ad esempio i due leoni che sono fuori del Martin-Gropius Bau. Ecco, sono un esempio del ricordo della città, nella sua bellezza, che ha mantenuto la memoria di com’era e che la rende unica. Ecco, il passato non si cancella, perché il ricordo è importante perché caratterizza. Ho chiesto ad un signore dove fosse il Reichstag e lui non aveva capito che mi stessi riferendo al Bundestag. Questo è significativo.

Con cosa fotografa?
Ovviamente ho diverse macchine, ma ultimamente fotografo con il mio Iphone che considero la macchina meno invasiva. Si possono fotografare cose senza dare nell’occhio. Oggi lo fanno tutti.

Perché fotografa in bianco e nero?
Perché come fa dire il mio amico Wim Wenders al personaggio di Sam Fuller nel film “Lo stato delle cose” (film in bianco e nero), allorquando gli chiedono come mai stessero girando in bianco e nero, “Perché il mondo è a colori, ma il bianco e nero è più reale”.

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Recycling Graziano Arici

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