Siza Vieira © CC BY-SA 3.0 Manuel de Sousa

Invitato più volte a collaborare al risanamento del quartiere di Kreuzberg a Berlino, l’architetto portoghese Alvaro Siza Vieira ha realizzato tre progetti nella capitale tedesca impegnata ancora nel ‘79 al recupero post bellico di parti di città: i primi due su aree contigue, tra Frankelufer e Kottbusserstraße, e il terzo nei pressi della stazione di Schlesisches Tor. A quest’ultimo, un edificio per residenze che si trova all’angolo fra Schlesischesstrasse e Falckensteinstraße finito di costruire nel 1984, va l’attenzione anche del più distratto visitatore: innanzitutto perché si chiama, lo possiamo dire, “Bonjour Tristesse” non in onore del romanzo di Françoise Sagan, né alla pellicola di Otto Preminger del 1958, bensì perché uno degli inquilini del palazzo, dominando dall’alto il ponte sulla Sprea che conduceva a Berlino Est pensò di salutare con quella scritta la DDR. Altri invece sostengono che molto più semplicemente qualcuno commentò così l’architettura un po’ dimessa. Sta di fatto che ancora oggi quella frase è sempre lì, e proprio sull’angolo smussato accompagna una sorta di fessura allungata a forma di occhio, parte del progetto di Siza.

Ora all’edificio berlinese frutto di un concorso dell’IBA (International Bauausstellung) dell‘87 (2.500 residenze per 359 edifici) è dedicata una citazione, quasi d’obbligo, nella mostra “Il gran Tour – Alvaro Siza in Italia” e “La misura dell’Occidente”, fino al 25 febbraio all’Accademia di san Luca a Roma. La prima ripercorre, attraverso 23 diversi progetti realizzati tra il1976 e il 2016, la presenza dell’architetto portoghese in Italia; la seconda composta da 40 foto di Giovanni Chiaramonte, fotografo di origini siciliane, e 60 disegni di viaggio, è un percorso attraverso l’Europa e i migliori progetti del maestro. Oltre all’edificio nel quartiere di Kreuzberg, ci sono gli studi per la ricostruzione del Chiado a Lisbona, andato distrutto in un incendio nel 1988, e poi di Campo di Marte alla Giudecca, la chiesa di santa Maria del Rosario a Roma, oppure il recupero del centro storico di Salemi.

Giudecca ©Alberto Lagomaggiore

L’Italia – scrivono i curatori della mostra e del catalogo, Roberto Cremascoli e Francesco Moschini – come luogo in grado di racchiudere un mondo, o un’idea del mondo… .” E da qui l’accostamento fra lo studio urbanistico del quartiere Pendino a Napoli (1986-87) e “Bonjour Tristesse. Lo studio per l’intervento napoletano è una raffinata declinazione di quell’architettura per blocchi di matrice ottocentesca che è all’origine della “Großstadt Architektur”. Quest’ultimo tema è quello nel quale Siza ha dato dimostrazione di profonda padronanza proprio in “Bonjour Tristesse” laddove rivisitava in questa prospettiva il tessuto berlinese delle Mietskaserne. L’edificio berlinese esprime una qualità tutta architettonica che ci riporta al purismo originario di villa Savoye di Le Corbusier. I due edifici hanno la stessa chiarezza del disegno.

Salemi ©Roberto Collovà

In questo contesto così ben rappresentato nella mostra – dalla esposizione del 1976 “Europa-America” alla Biennale di Venezia e il “Tour SAAL” nelle università italiane del 1977, fino ad un’altra esposizione del Mart di Rovereto del 2014 – l’occasione che ci viene offerta di rincontrare l’architetto portoghese, è fra quelle da non perdere.

D’altronde l’Accademia di san Luca, a due passi dalla Fontana di Trevi, non è nuova a iniziative di elevato spessore culturale.

Realizzata nell’ambito dell’iniziativa “Alvaro Siza a Roma”, questa mostra ci ricorda che il legame fra l’architetto e la cultura architettonica italiana ha origini profonde, che risalgono alla sua formazione quando ancora studente resta impressionato dall’architettura razionalista di Giuseppe Terragni e Adalberto Libera, e che costituirà insieme all’opera di Le Corbusier, di Alvar Aalto, di Oscar Niemeyer uno dei suoi primi riferimenti.

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Alvaro Siza: “Bonjour Tristesse”

Alvaro Siza in Italia: la Misura dell’Occidente

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