Fernanda Mancini e Vincenzo Mascolo

Quest’anno una novità a “Ritratti di Poesia”, il grande appuntamento romano che il 3 febbraio ha avuto luogo per l’undicesimo anno consecutivo nella prestigiosa sede del tempio di Adriano. Una giornata interamente dedicata alla poesia nazionale e internazionale. Ma non solo, quest’anno infatti Vincenzo Mascolo, ideatore e conduttore della manifestazione, ha voluto dare un segno diverso, un’indicazione di apertura all’incontro tra le arti, un invito garbato a saltare gli steccati, e lo ha fatto invitando l’artista visiva Fernanda Mancini, che già nel 2015 aveva ricevuto qui il primo premio per la poesia “Come la Rosa”.

Che l’arte, come dice il filosofo Massimo Cacciari, non abbia più nulla di nuovo da dire, può forse dipendere dalle settorialità in cui le diverse arti sono state confinate? Forse nasce di qui l’invito di Mascolo a Fernanda Mancini ad esporre il suo “Liquefare l’Immobile”, quattro lavori scelti tra quelli esposti alla Fondazione Friedrich Ebert di Berlino nello scorso dicembre, e che l’artista definisce “un tentativo di riallacciarsi alla tradizione del Gesamtkunstwerk, realizzando un progetto di opera unica, e non di mera giustapposizione, tra poesia, musica e pittura”.

In liquefare l’Immobile Fernanda Mancini ha lavorato, e “continuo a lavorare visivamente”, ci dice, “sulla poesia Tripeditrip del cinese Gu Cheng e la musica che il suo connazionale Peng Yin ha composto su di essa, un lavoro puntuale e anche libero in cui musica pittura e poesia, ma anche l’Oriente e l’Occidente si avvicinano, riscoprono le comuni radici, in un confronto che proprio salvando e attraversando le diversità, ritrova soprattutto nei simboli e nella facoltà immaginativa la sorgente del comune abitare il mondo”.

In questo modo liquefare, come scrive Mascolo, “perde la connotazione negativa propria delle teorie di Zygmunt Bauman e assume un significato positivo, la speranza dell’abbattimento di tutte le frontiere, fisiche e interiori”. Gesamtkunstwerk dunque come pratica di un interrogarsi comune sul mondo e noi stessi, tornando spietatamente senza compromessi alle scomode radici del silenzio.

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